Non vorrei apparire anti-patriottico né retorico (come molti nostri conterranei, pavoneggiandosi delle doti del “bel paese” all’estero, e criticandolo in suolo natio), ma tornando dalla Svezia sento un’aria nuova e pulita: il sapore che non riesco a descrivere è di uno studente che in quattro giorni ha provato a capire come muoversi, dove guardare, cosa rispondere a chi continuamente lo imbeccava in svedese (se voglio andare avanti mi toccherà impararne almeno le basi…) e che torna a casa strano, con la voglia di fermarsi pur sapendo di aver vissuto un incubo.
Questo viaggio “onirico” è iniziato martedì, da una Milano in preda al temporale e la mia testa che non voleva smettere di agitarsi.
Vedo gli aerei partire da questo piccolo aeroporto tra le foreste, l’acqua sollevarsi sulla pista e penso che probabilmente gli svedesi sapranno meglio di noi come farli funzionare in queste condizioni.
Mi tremano le mani, devo mettermi in coda per salire.
Ok, sono dentro, siamo partiti. Il pilota ha appena annunciato che viaggiamo a 900 km/h.
Credo di aver pensato almeno dieci volte “tutto questo non fa per me, non sono capace, devo tornare indietro”.
La prima volta è stata martedì pomeriggio: ero immediatamente fuggito dalla mia stanza e da quell’odore per comprare una coperta e recarmi all’ufficio dove mi avrebbero attivato la connessione internet. Non avevo patito freddo fino a quel momento, ma all’improvviso, non ricordo neanche dove, la neve. Ho vagato un pò, con una cartina bagnata, alla ricerca di un ombrello e del mio ufficio, fin quando ho chiesto informazioni a un giovane, riparato sotto un chiosco.
“Good luck!” mi ha detto sorridendo, indicandomi dove mi trovavo e la lunga strada da percorrere. Forse quel giovane mi ha salvato; mi ha fatto capire che va così, capita a tutti un pomeriggio con il morale a terra, ma non bisogna fermarsi. E che se sorridono loro, che quella neve la conoscono bene, posso farlo anche io.
One Comment
Forse il bello sta tutto lì, nel fatto che nessuno di noi crede di essere tagliato per quel genere di cose, finché non ci si ritrova dentro.